18 anni

Ciao David, hai compiuto 18 anni. 18 anni. Che cosa succede a 18 anni? Succede che ti arriva la cartella elettorale e devi votare. Ti ho chiesto se vorrai votare e per chi. Mi hai riposto che il voto è segreto e libero.

“Il voto è segreto e libero”, in tutta questa frase ci sei tu, c’è la tua razionale freddezza che non permette dialogo, c’è la tua intelligenza  superiore che non considera gli altri, c’è la tua paura di confrontarti. E’ passato un mese da quando hai compiuto gli anni, eri così due mesi fa, sei così ora.

Il tuo compleanno è passato in silenzio, non hai voluto festeggiarlo, lo abbiamo fatto noi, io sophie, papà, sandra, marti, i nonni, i tuoi pochi amici, e lo abbiamo fatto delicatamente come tu volevi, non ti piacciono le feste, pensi sia inutile festeggiare.

Io però che sono la tua mamma ho festeggiato e l’ho fatto dentro di me. Ho guardato fuori dalla finestra, ho alzato il calice e ti ho fatto gli auguri.

Ti ho augurato di riuscire a fare l’università. Non solo per il fondamentale pezzo di carta, ma perché la cultura è l’unica cosa che può aiutarti a essere libero dai falsi miti, che può metterti le ali per lidi lontani, che ti può rendere sapiens. E ti ho augurato di farla dove vuoi, qui o in un altro emisfero, dove penserai sia meglio per te.

Ti ho augurato di mantenere i tuoi amici, e di trovarne altri altrettanto cari, che sappiano esserti accanto senza giudicare le tue stranezze, che sappiano facilitare il tuo contatto con il mondo, che ti siano accanto quando sarai triste.

Ti ho augurato di mantenere la tua bontà e ingenuità, che anche se a volte dipende più dalla tua analiticità che dal cuore, ti permetterà di essere un uomo buono. Di mantenere la tua capacità di accogliere, pazienza se non sai ascoltare e abbracciare, a volte basta anche solo accettare che una persona si segga vicino per esserci.

Ti ho augurato di non ricevere troppo dolore, ma soprattutto di non farne troppo. O almeno di non farne intenzionalmente. Di imparare un po’ a guardarti in giro e di accorgerti se qualcuno ti piange accanto.

Ti ho augurato di essere sempre sereno, di saper accettare le tue inabilità e di viverle non come una mancanza ma solo come una diversità. Siamo tutti degli alieni sulla Terra quando non siamo sereni con noi stessi.

Ti ho augurato di trovare una donna da amare e che  ti sia alleata e complice quando dovrai lottare. Di avere dei figli ai quali insegnerai la tua logica e razionalità. Una logica e razionalità che permetterà loro di costruire un mondo più bello.

Ti ho augurato di trovare il lavoro che vorrai, di avere la forza di raggiungerlo perché forse non è qui, ma è lontano, è dove sanno vedere e sviluppare le tue doti.

Infine ho augurato a me stessa di esserci quando ne avrai bisogno, di essere in grado di costruire assieme a te quei muri e paletti che ti sostengano e permettano di vievere felice ora e dopo di me.

Buon compleanno David!

 

Annunci

Cercasi guerriero

Sarebbe bello aprire il nostro cervello e cambiare qualche cosina. Tra queste la nostra capacità di adattarci. Su questo si basa tutta la nostra vita, sopravviviamo perché ci adattiamo, al freddo al gelo, al caldo… al dolore fisico e non, ci adattiamo a qualsiasi cosa. Per sopravvivere. Ci adattiamo a un capo che ci tormenta, a un lavoro mal riconosciuto, a una lettera che ci induce a pagare entro una tale data, ci adattiamo ai politici che sfilano in tv, ci adattiamo a un compagno/a che non è proprio quello che vorremmo, ci adattiamo a non fare più sesso con lui, a non ricevere più carezze, a genitori che anche a 50 anni ci fanno sentire il loro silenzioso giudizio, ci adattiamo all’homeless per strada, ai ragazzini che litigano sul bus, ci adattiamo alle parolacce di un figlio, ai suoi brutti voti, al suo non fare. Ci adattiamo a un dolore, alla morte di qualcuno, a una malattia. Ci adattiamo alla solitudine.

Ci adattiamo e solo la disperazione spezza questo comandamento, solo la fame ha portato porta alle grandi rivoluzioni, solo la paura ha spinto spinge le grandi migrazioni, solo il dolore forte e continuo porta al desiderio della morte, solo la passione per un altro o lo star male ci inducono a spezzare una relazione o a uscire dalla solitudine, solo la goccia che fa traboccare il vaso ci fa traboccare. Solo…, ma questo solo esiste.., c’è.

La bella teoria dell’adattamento forse è fallace con noi umani. Noi non solo siamo capaci di adattarci alla natura ma siamo anche capaci di adattare la natura a noi, e siamo capaci di spezzare le catene di situazioni infelici o di accettarle senza adattarcisi.  Ma dobbiamo imparare a farlo anche quando non siamo disperati. Questo è il gap, il passaggio successivo, questo ci può far vivere veramente felici. Non dobbiamo aspettare l’incendio per ricostruire la casa. Ma come fare? Come spezzare questo So it goes.

Dobbiamo trovare qualcosa che come la disperazione, la fame, il dolore, ecc ci aiutino a dimenticare la paura. Tutte le nostre azioni sono dettate dalla paura,  come trovare qualcosa con cui combatterla che non sia una cosa estrema?

Ognugno può trovare il suo guerriero alleato contro la paura;  la fede per i cattolici, l’orgoglio per molti, quintalate di psicoterapia per alcuni, l’amore e l’odio anche.  Ognuno deve trovarlo… per non adattarci e diventare quello contro cui lottiamo.

Assistiamo un malato e non usciamo più e diventiamo la sua malattia; non aiutiamo un homeless e diventiamo come lui un problema sociale, in ufficio non rispondiamo e diventiamo come chi ci fa mobbing, una piaga del lavoro; non ci infuriamo per una multa e così accettiamo chi non le paga le multe;  conviviamo resilienti con una malattia e un dolore, così non ci accorgiamo che non stiamo più vivendo con chi ci sta accanto; giustifichiamo un figlio e i suoi narcisismi e non lo aiutiamo a crescere senza di noi; stiamo in una relazione assurda o siamo prossimi all’essere zitelli e così dimentichiamo quanto sia bello amare ed essere amati.

Dobbiamo lottare, trovare il nostro guerriero che ci aiuti a lottare.

E adesso mi arrabbio!

E adesso mi arrabbio. Mi arrabbio anch’io. La mia amica e collega Anna Rossi ha scritto un bellissimo articolo sul suo sito, dapprima l’ho condiviso, poi mi sono arrabbiata. Mi sono arrabbiata di brutto. Non con te Anna ma per quello a cui mi hai fatto pensare.

Cavoli! hanno parlato della vendita di Rcs a Mondadori, hanno fatto l’elenco alla tv dei marchi loro e dei marchi nostri. Hanno parlato degli autori che sembrerebbe perdano in questo modo la loro libertà di parola! Hanno parlato di monopolio e antitrust. E di noi? solo un accenno verbale su rai 2; nell’elenco noi non ci siamo. Noi che abbiamo il 15%  del mercato dell’editoria, noi che paghiamo molti stipendi della Rcs Libri o almeno ci paghiamo i nostri!

Noi, quelli della Rcs Eucation.Quelli delll’11 e 12esimo piano.

E allora mi arrabbio e urlo! Noi siamo quelli che facciamo i libri per i bambini, per i ragazzini per gli adolescenti. Siamo quelli che insegniamo ai nostri figli il passato, noi siamo quelli che insegniamo loro la letteratura, la chimica, il greco, il latino,la matematica, la fisica, la finanza. Noi siamo quelli che decidiamo se è più importante dare più pagine alla seconda guerra mondiale o alla rivoluzione francese.

E vado nello specifico, noi siamo io e i mie colleghi del 12 esimo piano open space all’angolo vista orti e lambro, noi che facciamo i libri per le elementari, per i più piccoli, che gli insegniamo l’abc, gli insegniamo a scrivere, a leggere, a fare i conti. Tre abilità che fanno la differenza nella vita, l’alfabetizzazione, una conquista per l’umanità! Gli insegniamo questo. E non solo. Gli insegniamo quali sono i valori da seguire, gli proponiamo brani e argomenti che parlano di giustizia sociale, di aiuto reciproco, di difesa dell’ambiente, gli insegniamo la tolleranza, l’appartenenza a una nazione, l’educazione civile, gli facciamo leggere e spieghiamo loro cos’è la Costituzione. E non solo, stiamo attenti ai bes ai dsa, ai certificati della 104, cerchiamo di fare dei libri che possano andare bene anche a loro, a tutti. O per lo meno ci tentiamo. E come lo facciamo?

Lo facciamo ragionando su ogni pagina, su ogni riga, scegliamo il titolo giusto, la frase giusta, la foto giusta, studiamo ogni parola scritta, ogni articolo, passiamo le ore a scegliere il giusto termine che possa essere capito dai bimbi il cui vocabolario è scarso, impazziamo a equilibrare gli argomenti dei brani, ci preoccupiamo che ci siano le festività,  tot brani su mamma e papà ma anche su altro perché ci sono i divorziati gli adottati, i cattolici, i mussulmani ecc. Dobbiamo accontentare tutti. Ogni regione dell’Italia è analizzata in modo che i bimbi di tutte le regioni si sentano partecipi e possano conoscere dove vivono. Ogni pagina è per noi un lavoro e una sofferenza. Fermiano una bozza perche nella pagina della v c’è il disegno di un vino, lo togliamo, potrebbe indurre all’acolismo, stiamo attenti a tutto. E correggiamo correggiamo fino allo spasimo. Perché se latitudine e longitudine sono confuse nella dida ci chiamano i rappresentanti, gli insegnanti, i genitori, un errore è inconcepibile in un libro delle elementari. E allora rileggiamo rileggiamo. Perché c’è sempre una a che dovrebbe essere una e. Da noi esistono ancora i correttori di bozze, hanno un ruolo importantissimo.

E come lo facciamo? Lo facciamo adeguandoci ogni anno ai cambiamenti improvvisi dei programmi, dei nuovi diktat ministeriaii, competenze, invalsi, nuove certificazioni ecc. Cambia il governo cambia la scuola, ma noi ci adattiamo. Siamo pronti a modificare delle pagine anche in ciano se dobbiamo inserire un argomento nuovo chiesto dal ministero. Siamo gli unici lavoratori dell’editoria che guardano ancora le ciano, che fanno correzioni in ciano.

E come lo facciamo?  Lo facciamo sempre con l’ansia della consegna, con un calendario che regna sovrano. Che ricorda quanto siamo sempre in ritardo e che dobbiamo assolutamente consegnare.  Che la data di caricamento pdf non può essere posticipata se no i libri non ci saranno al momento dell’adozione.  Lo facciamo senza aver mai fatto vacanza a Natale, perché le consegne sono sempre dal 23 dicembre al 10 gennaio.  Per noi accanto al Panettone c’è sempre la bozza.

E come lo facciamo? Lo facciamo mettendoci sempre in discussione e adeguandoci alle nuove richieste. Accanto al cartaceo ci sono gli openbook, e giù a imparare cose nuove, a fare i libri digitali. Giovani e vecchi insieme, i giovani danno la conoscenza digitale i vecchi danno l’esperienza di cosa sia un libro per costruire insieme un nuovo prodottto. E giù a fare esercizi interattivi, video sui paesaggi, giochi interattivi, abbiamo fatto di tutto.

E allora mi arrabbio! Ci siamo anche noi! Noi che zitti zitti  facciamo un lavoro importante per tutti i nostri figli, che lavoriamo dietro le quinte della scuola, della nostra stessa casa editrice, e nessuno si ricorda mai di noi, anzi forse nessuno sa della nostra esistenza. E allora urlo, nel pacchetto della vendita ci siamo anche noi, c’è anche La Rcs Education!

Apologia della Filosofia

Spesso mia figlia, i suoi amici mi chiedono ma perché dobbiamo studiare filosofia? A che cosa serve? é noiosa… non si capisce niente…

A 19 anni dopo la maturità, seduta a bere birra al Capolinea (caro vecchio Capolinea), con un compagno discutevo su quale università scegliere. Io ero in dubbio tra medicina e filosofia. Volevo studiare il sapere umano e non sapevo se farlo studiando il suo strumento, il cervello, o la sua elaborazione, il pensiero. Volevo anche cercare una verità, la cosiddetta verità assoluta che fino ad allora avevo identificato nella religione cattolica ma le cui risposte non mi bastavano più. Il mio compagno mi prendeva in giro, colmo dei pregiudizi che spesso affermano la filosofia quella cosa con la quale e  senza la quale si rimane tale e quali, diceva che le uniche lauree serie fossero medicina, ingegneria, economia, giurisprudenza, il resto, facoltà letterarie tipo filosofia o scientifiche tipo fisica, erano solo per donne dedite all’uncinetto o per idealisti ricercatori.

Nel  tentativo di mostrare le mie ragioni compresi il vero motivo per cui volevo iscrivermi a filosofia e così feci.

“Se prendi un bicchiere, per esempio questo bicchiere pieno di birra, che stiamo bevendo, esso può essere un bicchiere molto importante se ho sete e adoro la birra. Esso placa la mia seta e mi fa compagnia mentre ascolto la musica. Ma se non mi piacesse la birra, esso non potrebbe placare la mia seta e rovinerebbe l’ascolto della musica; chiederei di sicura un altro bicchiere. Nel primo caso il bicchiere di birra è utile, nel secondo è inutile. Stesso oggetto, opposti aggettivi, entrambi paradigmi di frasì aventi significato di verità e senso logico. Ma allora qual è la verità? Quali categorie o principi rendono qualcosa vero, con senso?”

Mi sono iscritta a filosofia, ci ho messo ben 8 anni poiché intanto lavoravo, e ho scoperto che non esiste una verità assoluta, che  la stessa domanda non è da porre. La storia della filosofia è un susseguirsi di tentativi di dare risposte a qualcosa che non ha una sola risposta ma mille. Da Socrate con il suo “so di non sapere” a Popper con la sua teoria della falsificabilità (una teoria è scientifica solo se falsificabile) la filosofia ha sempre ammesso che è più facile sapere ciò che non possiamo conoscere da ciò che possiamo conoscere. Ma questa consapevolezza della filosofia di mancata conoscenza  è io credo la sua forza e ciò che la rende unica. Perché ci permette l’accettazione della diversità, ci rende tolleranti, ci consente di guardare e vedere le cose da punti di vista differenti, perché ci abitua continuamente a trasformare i nostri punti fissi in mobili, ci rende possibilisti, senza pregiudizi e veramente open mind. Ci rende esseri umani liberi. Ci permette di vedere i membri della specie homo sapiens simili e di pensare che ogni uomo o donna che incontriamo porta con sé un cammino, dolori e gioie che non conosciamo, per cui ne proviamo sempre rispetto, anche quando li disapproviamo. Ci  permette di non considerarci migliori e così ci apre, forse, la strada per esserlo.

Ecco, piccola Sophie,  perché vorrei che tutti studiassero filosofia.

Non sono stata a guardare

“Ti ho visto per un attimo, forse anche meno, ho distolto lo sguardo. Mamma come eri arrabbiato, di quella rabbia di chi non ha potuto gestire le cose ed è rimasto travolto. La rabbia di chi si sente impotente e nulla può. Poi hai voluto sapere e cercare con chi fossi. Con una scusa hai mandato un’infermiera a vedere. Poi la sera dopo mi hai mandato un messaggio, da un altro numero ma sappiamo entrambi che eri tu. Un messaggio con scritti quel soggetto e verbo che tante volte ti accusai di usare come intercalari.”

Io credo nella vendetta, e non credo nel lasciare andare, non credo a chi dice che  la vendetta sia solo un voler rimanere ancorati al dolore subìto. Non credo che la vendetta corroda  e non permetta di voltare pagina e cominciare una nuova strada. Credo solo che ci siano vendette utili che portano appagamento, vendette futile che portano depressione. Il punto è scegliere la vendetta giusta. Ai genitori che hanno ucciso il proprio figlio è giusto garantire che il colpevole sia condannato.  Non sarebbe giusto invece se uccidessero loro stessi il colpevole.  Due vendette, stesso movente ma diversi scopi. La prima utile perché dà ai genitori un po’ di sollievo, la seconda futile perché li condanna alla colpa.

L’anno scorso mi sono vendicata. Ho dato fiele alla tua compagna e ti ho chiuso con lei in una gabbia, poi ho gettato la chiave.Ti ho relegato a una vita dalla quale ti sarebbe stato impossibile scappare, ti ho negato la speranza di una vita migliore, di un futuro diverso. Ti ho lasciato lì mentre sgomento vedevi la chiave affondare nel fango. Mi sono vendicata e non sono rimasta neanche a guardare. L’altro ieri ti ho visto, letto, chiuso nella gabbia; non hai saputo coltivarne il terreno per poter vivere in essa, non hai nuotato per trovarne la chiave. Lo sapevo che non ne saresti stato capace, lo sapevo che nella gabbia non avresti chiesto aiuto o lo avresti solo bisbigliato. Lo sapevo che non ti avrebbero sentito.

Mi sono vendicata e ho scelto la vendetta giusta, quella che tu stesso hai voluto costruirti. E non sono stata neanche a guardare. Perché le vendette giuste non necessitano che siano osservate e alimentate da chi le ha generate, vivono reiterate da chi le ha subite. Nelle vendette giuste la preda diventa predatore di se stesso e noi possiamo andare altrove a vivere altre vite.

Saggezza e vecchiaia

Il fatto che la cultura, soprattutto certa cultura, ci renda più tolleranti è  un principio acquisito. Nessuno oserebbe negarlo. Sapere tante cose ci rende consapevoli dell’esistenza, …della possibile esistenza, di pluralità di pensieri, mondi, azioni, religioni… E pur scegliendo o preferendo, accettiamo e tolleriamo più saperi e modi di vivere. Anche l’età aiuta questo cammino verso la tolleranza, aver vissuto piaceri e dolori, aver attraversato, passeggiato e corso su strade asfaltate o mulattiere infangate ci rende più consapevoli di infinite possibilità, della futilità di molti pensieri e dell’importanza di altri. Ci aiuta a guardare da un altro punto di vista. Siamo quindi  più tolleranti perché più sapienti e più adulti?

O forse  perché più stanchi?, stanchi di quella stanchezza che ci rende stufi di portare correndo bandiere pesantissime, che usura il nostro cervello permettendogli di accogliere altri pensieri?  Se confronto i miei credo e le mie certezze con quelli che avevo quando ero più giovane, mi ritrovo  a fare i conti con mille incertezze e dubbi che prima non immaginavo. Se prima vivevo di bianchi e neri ora navigo, anzi cerco di stare a galla nei grigi. Forse perché quando avevo 20 annI conoscevo solo il nostro universo?, ora ho visto mille mondi paralleli? Sono diventata un astrofisico? o un personaggio di Star Trek? Le centinaia di libri letti mi hanno reso più sapiente? Le strade percorse mi hanno reso più malleabile?

Per certe cose invece sono diventata molto più intollerante. Perché mi incazzo se qualcuno per strada si rivolge con arroganza a un anziano, un bambino, un extracomunitario. Mi irrito se sul bus i ragazzi dicono tre parole di cui due parolacce. Mi arrabbio con l’impiegato delle poste perché non capisce quello che sto dicendo, mi infurio con le nuove regole di emissione dell’isee non chiare, vado all’inps e non riesco a non alzare la voce perché l’idennità di frequenza  è rimasta bloccata. Non sopporto se un uomo mi dà un appuntamento e poi all’ultimo rimanda, se succede lo elimino. Alla Tv guardo solo CSI, i programmi di informazione politica mi danno nausea. Se i miei figli non urlassero ogni giorno Ho fame! fuggirei su un’isola deserta, e senza il tablet.

E’ come se fossi diventata più tollerante verso i massimi sistemi, pensieri credenze ecc e meno tollerante verso le piccole cose della vita quotidiana. Come se avessi conquistato un metalinguaggio per comprendere l’esistenza con i suoi mal di vivere e acciacchi ma avessi perso il linguaggio per uscire di casa. Sonoquindi più tollerante, anche anche meno tollerante.

E allora cosa sono? più saggia, o più vecchia? Chi può dirlo… e forse non è importante saperlo. Però un po’ sono rimasta come quando portavo la minigonna: succede qualcosa, una stupidata e mi faccio sempre le stesse seghe mentali esistenziali. Adesso alzo il telefono e gliene dico 4!

Io non ho paura

Il titolo del libro di Ammaniti è bellissimo: Io non ho paura. La paura è un’emozione che governa il nostro agire. Tutto quello che siamo e facciamo è dettato dalla paura. Siamo migliori o peggiori quando combattiamo o seguiamo le nostre paure. Siamo genitori, migliori o peggiori, quando combattiamo o seguiamo le nostre paure.

Tutti sono rimasti colpiti dalla ragazzina ferita dai coetanei con sassi nel giardino in zona  Lorenteggio. Molti si saranno immedesimati nella mamma di quella ragazzina, pochi nei genitori dei figli che l’hanno colpita.

Genitori diversi ma simili perché entrambi vivono la paura. Due paure:da una parte la paura che tuo figlio quando esce di casa, soprattutto se più debole, possa diventare vittima, dall’altra la paura che tuo figlio possa essere influenzato dal branco e commettere atti ignobili. Paura che non permette a molti genitori di far uscire i propri figli (non credo che quella mamma farà mai più andare ai giardinetti sua figlia), che si trasforma in ansia per chi sta a casa ad aspettare. Paura che, sotto la vesta della vergogna, porta a negare che il proprio figlio possa aver lanciato i sassi (se vostro figlio fa qualcosa di male cosa fa più male? accettarlo o rendere pubblico l’atto?) La paura/vergogna ci farà lavare i panni sporchi in casa nostra.

E allora dobbiamo combattere queste paure! Perché ai giardinetti è giusto andarci. Perché dobbiamo insegnare ai nostri figli a non avere paura, non dobbiamo mollare e credere ancora  che non tutti lanciano i sassi. E mi rivolgo soprattutto alle mamme, come me, con figli un po’ speciali. La paura fa parte del nostro quotidiano, è il cibo forzato che mangiamo tutti i giorni. Diventa ansia appena i nostri figli escono di casa da soli, ma dobbiamo imparare ad accettarla e trasformarla in guerra, una guerra pacifica che insegni agli altri che i più deboli vanno difesi. Non ci sono altri termini: i più deboli  vanno difesi e aiutati. Dobbiamo parlare con  la scuola con gli amici, con il mondo, dobbiamo urlarlo: i più deboli vanno difesi! Non vogliamo avere più paura!

E mi rivolgo a tutte le altre mamme e papà: se mio  figlio ha lanciato i sassi devo insegnarli  che è male. Devo aiutarlo a chiedere scusa,ad  accettare le proprie responsabilità, è il primo passo per non farlo più. Devo insegnarli a vincere la vergogna. Ma prima di tutto devo vincere la mia, di vergogna; devio pensare che potrebbe anche essere stato mio figlio, perché no? e non devo sentirmi in colpa per quello che mio figlio ha fatto. Se non pensiamo più che le colpe dei padri ricadano sui figli, possiamo anche pensare che le colpe dei figli non ricadano sui padri. Non siamo genitori migliori se i nostri figli non fanno del male, siamo genitori migliori quando insegniamo loro a non farlo più. Siamo genitori migliori quando insegniamo che quando si è giovani non si è cattivi, ma si fanno cose cattive, per cui si possono anche non fare. Insegniamo loro a vincere le paure.

E mi rivolgo a tutti gli uomini e le donne. Prendere in giro e far del male agli altri è brutto. Succede anche fra adulti, e non solo con atti eclatanti (violenza o negato soccorso), ma anche solo quando deridiamo una persona un po’ stupida o brutta, quando in ufficio denigriamo colleghi, quando offendiamo i nostri figli, quando a letto con un uomo o donna sviliamo il nostro compagno o compagna ecc ecc. Piccole cose, atteggiamenti che fanno parte del quotidiano, che accadono quando paura e vergogna governano il nostro agire.

La parola contraria di Erri De luca

Continua il processo a Erri De Luca. Ho sempre ammirato Erri, e mi permetto di chiamarlo per nome,  il suo scrivere piatto sintetico ma pregnante. Per questo quando tre mesi fa ho scoperto che era stato rinviato a giudizio per istigazione a delinquere con l’accusa di aver spinto al sabotaggio della Tav,  mi sono subito schierata dalla sua parte. Per simpatia da lettore e perché non è mai bello quando uno stato processa un poeta, un intellettuale; subito si sente odore di regime e di violata libertà di espressione. Inoltre mi sembrava un po’ eccessiva l’accusa, certo Erri è sempre stato un anarchico “spinto”, ma da qui a istigare alla violenza…

Ho iniziato a leggere della vicenda, e, come sempre, quando inizi a studiare qualcosa, prima di arrivare a capire qualcosa, c’è quel periodo farcito di  conoscenze abbozzate, letture veloci inutili,  emozioni, incomprensioni. Insomma il caos. Su questa vicenda il mio caos conoscitivo e intellettivo è durato parecchio anzi dura ancora, non ho capito chi ha ragione e torto e non so da che parte stare. E ciò non è bello. Primo perché denota la mia incapacità di saper cogliere le informazioni da quello che ho letto, sarà l’età?, secondo perché porca miseria sti giornalisti si sono dimenticati che il giornalismo oltre a opinione, opposizione, servilismo è anche cronaca. Semplice cronaca, quella delle cinque w, dove quando chi perché cosa. Mi è toccato andare su wikipedia per saperne un po’.  Quello che ho capito è che è un gran casino che dura da anni, che i no tav sono un movimento contro l’alta velocità per il suo impatto negativo con l’ambiente e per lo spreco di soldi; che Erri è sotto processo per aver spinto al sabotaggio in un’intervista. Per il resto vi invito a documentarvi anzi se qualcuno conosce un articolo da consigliarmi, o se sa farmi una sintesi, gli sarò super grata.

Allora sono andata a leggermi il libro scritto dallo stesso Erri sulla vicenda, certo lui è di parte, la sua, ma credo nella sua moralità di scrittore e ho pensato non mi avrebbe deluso. E infatti non lo ha fatto. Poche pagine (La parola contraria, edito da Feltrinelli solo 4 euro il cartaceo, 2 e 99 l’ebook) che si leggono in un fiato, come un giallo. Semplici, chiare, intense e che mi hanno trovato d’accordo, che mi hanno ricordato quando da giovane partecipavo ai picchetti. Un po’ per andare contro al formalismo dei miei genitori, un po’ per idealismo, un po’ perché essere iscritti alla FGC mi faceva sentire grandi e potente (era figo cioè, allora). Erri de Luca non è certo un comunista (intendo comunista di allora) né un giovincello, eppure ha ancora voglia di combattere per un ideale e lo fa con una delle armi più taglienti, la parola scritta. E allora mi ha fatto venire voglia di andare in val di Susa, di dire no anch’io. Anche se non sono poi così contraria alla Tav… Così, entusiasta, ho proseguito nella lettura e ho letto l’appendice alla fine del libro, cioè l’intervista dove dicono Erri inviti al sabotaggio. L’ho letta e… aiuto… sono di nuovo caduta nel sapere di non sapere, non quello socratico ma quello del caos detto prima. Ma cavoli in effetti Erri usa termini molto forti…; nel difendere i suoi pensieri parla di sabotaggio. Affermando che le mediazioni sono fallite e poiché l’intera valle è militarizzata scrive che  il sabotaggio è l’unica alternativa.

Certo io non sono una pacifista, credo cioè nelle famose guerre giuste. Credo la violenza sia una sconfitta del genere umano perché è l’ultima sponda della comunicazione, ma la tollero proprio in quando ultima sponda. Ma qui il problema non è se sia necessaria la violenza, se l’alta velocità in val Susa sia giusta o sbagliata, se Erri debba essere condannato o no, qui il tema è se qualcuno che ha il potere della parola scritta come Erri possa permettersi di utilizzare certi termini. Quando Oriana Fallacci scrisse il suo articolo Rabbia e Orgoglio sul Corriere della sera parlò duramente e le sue parole furono giudicate da alcuni come troppo forti. Dissero che il suo sfogo avrebbe potuto essere mal interpretato e diventare da accusa al terrorismo a denigrazione dell’islam.

La parola scritta vive in quanto letta da un lettore che la interpreta, la traduce, e questo essere tradotta la rende potente. Può assumere mille significati e diventare un’arma affilatissima. Ancora più potente se nascosta dietro la propaganda di un regime,  ancora più potente se detta, scritta da un intellettuale… E allora penso: sì forse qualcuno può interpretare sabotaggio come vado là con il barbecue e faccio la grigliata con gli operai e i soldati, ma qualcuno potrebbe anche interpretarlo come come vado là con i forconi (pistole e fucili sono per fortuna più difficili da recuperare, ma anche i forconi fanno male) e mi avvento contro tutti.

Chiudo il libro di Erri e non so più cosa pensare, non so più se difenderlo o no. Forse avrebbe dovuto esprimersi con parole diverse, ma quali? Sono di nuovo nel caos… soprattutto non ho capito cosa veramente pensi Erri.

Ciao!

Ci sono riuscita e non ho dovuto fare neanche tanta fatica! Ho creato un blog, un mio blog, anche se qui lo chiamano sito. In effetti non ho ancora capito bene la differenza… L’idea me l’ha suggerita la mia amica Anna Rossi, molto più avanzata tecnologicamente (è più giovane ma so che questo non giustifica), e pertanto la ringrazio pubblicamente. Non tanto perché lo ha fatto anche lei e perché amo leggere i suo post che poi condivide su facebook, ma perché un giorno alla macchinetta del caffè (sacrosanta macchinetta del caffè, luogo di culto per ogni impiegato) mi ricordò che l’espressione è necessario bisogno umano e ogni parola se scritta acquista maggiore significato per chi la scrive e chi la crea. E allora eccomi a scrivere anch’io, un diario in prima persona, o in terza, un racconto, un pensiero, un giallo, un articolo quello che ogni volta avrò desiderio di fare. A volte lo condividerò su facebook, a volte no. A volte verrete a leggermi a volte no. Saranno storie mie, di altri o inventate. Come in un block notes, parole importanti su pagine che si stracciano.